Il cuore del progetto è rappresentato dal muro portante in pietra, costruito in origine con la tecnica dell’opus incertum.
Durante il cantiere, l’intonaco che ne copriva la superficie è stato rimosso con attenzione, rivelando la tessitura irregolare e autentica delle pietre locali.
Molti elementi, ormai porosi e deteriorati, sono stati puliti e restaurati per riportarli alla loro natura materica originaria, senza alterarne il colore e la patina accumulata nel tempo.
Il muro, così riportato alla luce, è diventato il vero protagonista dell’intervento: una superficie viva, che racconta la stratificazione di epoche e di mani che l’hanno costruita.
Il risultato è un equilibrio sottile tra restauro e conservazione, dove la materia parla senza mediazioni.
L’opus incertum è una tecnica muraria utilizzata dai Romani a partire dal II secolo a.C. fino alla metà del I secolo a.C., prima di essere gradualmente sostituita dall’opus reticulatum. Era impiegata soprattutto per la costruzione di abitazioni, muri di contenimento e strutture civili, sia a Roma che nei territori dell’Italia centrale. Consisteva in un paramento di piccole pietre irregolari (di tufo, calcare o pietra locale), disposte in modo apparentemente casuale ma compatto, con le facce esterne sommariamente spianate. Queste pietre venivano poste contro un nucleo interno di calcestruzzo romano (opus caementicium), legato con malta di calce, che garantiva solidità e coesione all’intera muratura. La tecnica è considerata una delle prime forme evolute di muratura romana in conglomerato e segna il passaggio dalle costruzioni in blocchi squadrati (opus quadratum) a quelle in muratura mista e più economica, più veloce da realizzare e adattabile ai materiali disponibili in loco.
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